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Chi fa impresa prima di muoversi chiede consulenza.

antiriciclaggio
Al proprio commercialista se deve investire in nuovi macchinari o al consulente del lavoro se vuole assumere; è talmente lapalissiana questa appartenenza a una sfera privilegiata da parte del professionista italiano che non si spiega in alcun modo la reticenza della categoria a smettere gli abiti polverosi dello studio per decidere di proiettarsi verso il mercato come partner e non più come elaboratore di dichiarativi o cedolini.

Nel suo divertente ma non per questo meno acuto articolo “E’ meglio un uovo oggi o una gallina domani” Michele D’Agnolo, firma delle news di Euroconference, muove divertite critiche nei confronti della categoria dei dottori commercialisti indifferenti a investire tempo e risorse nella riorganizzazione dello studio. Questa decisione è pervicacemente percepita come un’inutile ed esosa perdita di tempo, dimostrando con ciò di non capire che rivedere l’organizzazione e le attività interne è una indispensabile preliminare analisi dei bisogni dei clienti.
Una delle motivazioni indicate dall’autore risiede nell’adozione del criterio di cassa nella contabilità degli studi professionali italiani. Un dettaglio contabile in grado di condizionare gli investimenti necessari per rinnovarsi e in effetti i dettagli fanno solo due cose: sfuggono e contano!

Da che è stata stabilita la formazione obbligatoria continua per i professionisti i vari ODCEC dislocati nel territorio assegnano un certo credito alle attività dirette in questo senso tuttavia ancora nel 2009 D’Agnolo durante un convegno arrivava a queste conclusioni: “Abbiamo rivisitato criticamente i problemi principali che assillano gli studi professionali abbiamo visto che sovente i rimedi di tipo manageriale non vengono correttamente applicati mentre rimane scarso il ricorso a consulenti esterni.” Fonte: TITOLO EFFICACIA EFFICIENZA RISCHIO LO STATO DELL’ARTE NELL’ORGANIZZAZIONE DELLO STUDIO
Supponiamo per un istante che lo Stato Italiano sia uno stato moderno con essenziali strutture burocratiche.

Impostato a servire il suo territorio, popolato da cittadini – lavoratori, lavoratrici, laboriosi immigrati regolari…- vivacizzato da un sistema produttivo alacremente impegnato a produrre e regolamentato al minimo (n.d.a. deregulation è una parola ormai caduta in grave disgrazia), ebbene da questa storia sparirebbero oltre la metà delle prescrizioni amministrative altresì dette scartoffie inutili.

Siamo una società che esiste per mantenere questo sistema statale (sigh!) e la possibilità che questa sovrastruttura burocratica possa implodere è statisticamente una combinazione altamente probabile, che non si verifica in quanto gli Italiani sono a tutt’oggi il popolo del miracolo economico e fra le mille altre pessime eredità, almeno questa ce la teniamo cara.

In questa ipotesi narrativa dove è il professionista, dove si colloca la sua azione, dove si concretizza il suo utile?

Ebbene nei meandri paludosi in cui è costretta a muoversi, quel che rimane dell’imprenditoria italiana, il professionista è su una zattera, a mediare con l’Agenzia delle Entrate.

Un novello Caronte che traghetta il povero imprenditore da un contenzioso all’altro.

Il professionista è il confidente del cliente e simultaneamente è il referente dello Stato nei tantissimi costosissimi abiti amministrativi con i quali di volta in volta si presenta ai cittadini.

Tramite la sua associazione sigla protocolli di intesa con l’agenzia e si fa portavoce con i suoi clienti di questa attività che è stata etichettata con la parola mediazione.

In Arte di ascoltare e mondi possibili l’autrice Marianella Sclavi insegna la mediazione come quella capacità di saper unire proficuamente due soggetti antagonisti in un contesto di reciproco scambio senza che nessuno ne esca sconfitto. A me pare che la sconfitta di chi fa impresa in Italia stia diventando una realtà frequente e allora l’imprenditore cosa fa o tenta di fare per continuare a restare nel mercato?

Lo studio non è più una cattedra alla quale recarsi.

E gli imprenditori hanno iniziato in concomitanza con l’acuirsi della crisi economica a rivolgersi al professionista che costa meno e perché mai non dovrebbe essere così visto che la dichiarazione è un modello talmente impersonale che chiunque se addestrato può elaborare.

Spesso le aziende non hanno bisogni, ma percepiscono delle situazioni e ciò che chiedono è capacità di visione e di rischio.

Invece gli esperti in internazionalizzazione d’impresa sovente non parlano inglese, quindi c’è anche un’arretratezza culturale che non viene nemmeno considerata tale.

Dice bene Severgnini nel suo articoletto siamo più pessimisti ci mancano i sogni

La componente sogno è quel quid che rende unico l’imprenditore, che per il suo sogno accetta i rischi andando incontro anche al fallimento.

Il professionista non avrà mai questo slancio e questa capacità se non inizia a sganciarsi dalla mentalità burocratica che questo Stato inculca in modo esemplare.

I contesti sono mutati, miriadi di piccole e medie aziende hanno chiuso molte sono in sofferenza.